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venerdì, Giugno 5, 2026

Periodico web e cartaceo dell'Artigianato, del Commercio e della Piccola Industria. Anno 80

N. 3 MAG - GIU 2026

La rivoluzione silenziosa della Generazione Z

Presentato il nuovo saggio del docente dell’Università di Padova sul rapporto giovani e aziende

Daniele Marini evidenzia le difficoltà di dialogo con i Boomer e le nuove aspettative sul lavoro

Come sono i giovani oggi? O meglio come li vediamo noi che siamo nati prima? E qual è la loro propensione al lavoro, la loro disponibilità al fatidico sacrificio? Quali le aspettative quando fanno un colloquio o inviano un curriculum? Sono queste le domande a cui ha cercato di rispondere Daniele Marini con il saggio “Quello che i giovani (non) dicono. E gli adulti (non) capiscono”, dato alle stampe a gennaio 2026 per i tipi della Guerrini e Associati e presentato in anteprima assoluta presso la sede direzionale della CNA Torino lo scorso 21 aprile nel corso di un talk a cui hanno partecipato Rosana Ventrella Grimaldi, Presidente CNA Torino, e Filippo Provenzano, Segretario CNA Torino, e due giovani torinesi: Fatima Zahra El Maliani, componente del Consiglio generale della Compagnia di San Paolo, e Amin Touti, studente dell’Engim a Nichelino. Incalzato dal moderatore, Vitaliano Alessio Stefanoni, responsabile della Comunicazione della CNA Torino, Daniele Marini ha presentato i risultati di anni di ricerche sul mondo giovanile italiano ricollegandosi anche alla sua precedente pubblicazione “Il posto del lavoro” apparsa nel giugno 2024.

Marini esordisce in modo piuttosto severo nel suo saggio, riassumendo il pensiero dominante degli adulti di oggi (o comunque di larga parte) e anche se non lo esplicita il riferimento è rivolto soprattutto ai boomer, ovvero i nati tra il 1946 e il 1964. Provando a riassumere e usando alcune sue frasi particolarmente dirette e incisive, il tema è il seguente: “Le coorti più adulte non hanno fiducia nelle capacità di chi gli succederà” e ancora “non lasciamo spazio, non assegniamo responsabilità alle giovani generazioni”. Eppure, i giovani sono portatori di cambiamento, sempre, in ogni tempo e in ogni contesto, rompendo gli schemi e i modelli consolidati per la generazione che li ha preceduti ed hanno sempre fatto fare un passo avanti alla società nel suo insieme. Pensiamo al terremoto sociale provocato dai giovani del ’68. E se questo è avvenuto in ogni generazione, oggi il cambiamento sta avvenendo con una velocità che è particolarmente rapida anche perché sono entrate in gioco le nuove tecnologie digitali.

“Oggi il cambiamento è diventato la nuova normalità e i giovani usano un dizionario diverso dalle generazioni precedenti, con linguaggi e codici che faticano a dialogare tra loro” spiega Marini. E tutto ciò se in parte disorienta gli stessi giovani, disorienta ancora di più noi adulti. Molta parte delle incomprensioni tra generazioni sembrano quindi da imputarsi soprattutto alla mancata comunicazione o meglio alla incapacità di comunicare tra giovani e adulti e in questo senso l’invito del professor Marini è a compiere da entrambe le parti quel passo in avanti nella direzione di un dialogo efficace.

Lo ha detto chiaramente Filippo Provenzano: “Noi diciamo no a qualsiasi giudizio morale sui giovani e non accettiamo che se ne parli male”. Perché, in fondo, questi giovani sono il nostro futuro, il solo futuro che abbiamo e vanno rispettati e aiutati a percorrere la loro strada e ad inserirsi nel mondo del lavoro a beneficio del sistema paese; non vanno screditati, come purtroppo spesso accade, salvo poi lamentarci se lasciano l’Italia alla ricerca di una opportunità di lavoro “di qualità e meglio retribuito” che del resto non sempre trovano, mentre in Italia rimangono vacanti posti di lavoro ben retribuiti e di qualità. Torniamo alla generazione “Zeta” ovvero ai nati tra il 1997 e il 2012 e alla generazione “Alpha” ovvero ai nati a partire dal 2012.

Cosa chiedono? Cosa vogliono? Chiedono flessibilità di orario, apprezzano e ricercano lo smart working che hanno scoperto ai tempi del Covid – vero spartiacque nell’immaginario collettivo delle nuove generazioni – cercano un equilibrio sostenibile tra lavoro e tempo libero, vogliono poter coltivare le loro passioni e imparare sempre cose nuove. Per questo, spesso, dopo un colloquio sono loro a dire la classica frase “le farò sapere” un tempo prerogativa del selezionatore delle nuove risorse umane. Per questo, spesso, dopo tre o quattro anni vanno via alla ricerca di nuove opportunità perché quando vengono delusi non tornano indietro e per trattenerli occorre dare loro sempre nuovi stimoli. “Oggi le aziende sono chiamate a rivedere la propria organizzazione interna per tenere conto delle nuove richieste che arrivano dai giovani lavoratori, portatori di una “rivoluzione silenziosa” nel mondo del lavoro – perché non gridata a slogan, nelle piazze, ma portata avanti nei fatti e a volte anche con i silenzi a cui seguono scelte di vita improvvise e radicali che concretizzano una volontà di cambiamento e un disagio verso un presente scomodo – che si propaga a macchia d’olio anche sui lavoratori senior” spiega Marini.

È indubbiamente cambiato il quadro valoriale dei giovani e il lavoro non è più al primo posto, ma non è neppure precipitato all’ultimo come molti vorrebbero farci credere: una ricerca basata su dati Engim che ha coinvolto ragazzi dai 18 ai 34 anni rivela che per il 47.4% il lavoro continua a rappresentare “un aspetto importante della vita, ma assieme ad altri” e per il 32.4% il lavoro “è importante, ma ci sono altri aspetti più importanti”. Solo per il 13.2% dei giovani di quella fascia d’età il lavoro “è solo un mezzo per guadagnarsi da vivere e solo per il 7% “è la cosa più importante della vita”. Insomma, per i giovani conta molto di più rispetto alle precedenti generazioni vivere intensamente il presente, conta il tutto e subito, e sono meno disposti a sopportare ciò che non li convince a pelle, a risparmiare in vista di un domani che non riescono nemmeno ad immaginare, a costruirsi vincoli, a farsi trattenere. Anche perché il futuro appare a loro (ma forse anche a noi meno giovani) pieno di incertezze e mutamenti e non promette nulla (di buono). Per dirla con le parole di Fatima che dai suoi 26 anni ha lanciato un messaggio molto forte al mondo degli adulti: “Per voi il futuro era una promessa, per noi è spesso una minaccia”. Difficile darle torto (al.st).

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